29 dic 2011

Leggere green, leggere tutti

Benvenuti nella libreria gratuita online di Edizioni Ambiente. Si tratta di FreeBook Ambiente, un catalogo letterario ricco di contributi professionali e scientifici, interamente dedicato all’ambiente e alla cultura della sostenibilità. Navigando in dieci diverse categorie, gli utenti possono, dopo una rapida registrazione (che permette di avere una scheda personale sul sito), accedere ai titoli e scaricarli in formato pdf, e quando possibile in ePub.


28 dic 2011

L'antropocene non è una malattia (forse)

Per chi ha un minimo di dimestichezza con la terminologia geologica, termini come "Pleistocene" e "Olocene" suonano alquanto familiari: si tratta delle due epoche in cui è suddiviso il Quaternario, il periodo iniziato 2,58 milioni di anni fa (Ma) e tuttora in corso. Ciascuno di queste definizioni deriva poi da un'etimologia che, sebbene non strettamente scientifica, ha ricevuto l'imprimatur della comunità internazionale. Tuttavia, quando si incontra la parola Antropocene, si può rimanere interdetti: come sarebbe a dire, un'epoca dell'uomo?

La parola è stata coniata nel 2000 dallo scienziato olandese Paul Crutzen, vincitore del Premio Nobel per la chimica nel 1995, per definire l'era geologica attuale in cui l'uomo è il principale fautore, con le sue attività, delle modifiche ambientali e climatiche del pianeta.
Già intorno al 1870 il geologo italiano Antonio Stoppani aveva ipotizzato che gli uomini avessero inaugurato una nuova era, definendola antropozoica; tuttavia, la sua proposta non ebbe molto seguito, anche perché gli effetti dell'attività umana non erano così evidenti come lo sono oggi. La crescita demografica fuori dal comune, insieme allo sviluppo dell'industria, hanno causato, nell'ultimo secolo, una vera cesura geologica, che ci consente di utilizzare un termine ad hoc per definire l'impatto che Homo sapiens ha avuto sull'equilibrio della Terra.

Il Nord Italia ricoperto dallo smog in una foto NASA (fonte: alienpc.forumfree.it)

Benché l'Antropocene non sia ancora entrato nella nomenclatura ufficiale (comprensibilmente, per una scienza conservatrice come la geologia), è significativo che il meeting annuale della Geological Society of America, tenutosi lo scorso ottobre, fosse intitolato "Archean to Anthropocene. The past is the key to the future" (per approfondire, si veda questo post di greenreport).

20 dic 2011

Musica evoluzionistica

Siamo in un periodo di somme che si tirano e resoconti che si stilano. Dopo la sbornia di fine decennio - quando chiunque tentò di stilare la propria personale classifica del best of degli Anni Zero - adesso bisogna gioco forza limitarsi al meglio dell'anno che sta per finire. Si assiste così a un accalcarsi di liste che, in base a criteri ovviamente personali, desiderano imporre una gerarchia qualitativa ai gusti musicali degli utenti. Con risultati spesso controproducenti.

Se, invece, si assume un punto di vista diverso, in base al quale la musica è un'arte e i suoi migliori prodotti sono eterni, non si ha alcun timore nel guardare al passato, recente o remoto, per ripescare dei capolavori o delle opere particolarmente importanti. Nell'interesse di questo blog, è utile svolgere un'operazione del genere per un album non molto conosciuto nel panorama italiano, che però rappresenta un raro esempio di connubio tra spirito roots americano e sensibilità intellettuale moderna.

Il terzo album dei Low Anthem
Si tratta di Oh My God, Charlie Darwin dei Low Anthem, opera pubblicata nel 2009 dalle due case discografiche, la Nonesuch e la Bella Union. Il trio è formato (al momento dell'incisione del disco) da Ben Knox Miller, polistrumentista e pittore di origine newyorkese; Jeff Prystowsky, bassista jazz proveniente dal New Jersey; Jocie Adams, chitarrista di Providence, Rhode Island.
Il primo è, per nostra fortuna, ossessionato da Charles Darwin, tanto da dichiarare che durante la scrittura delle canzoni, il suo pensiero andava costantemente al conflitto tra il bisogno umano di comunità e il cupo nichilismo che, a suo parere, soggiace alla teoria della sopravvivenza del più adatto. Tuttavia, Miller ammette che il gruppo non vuole schierarsi in una presunta guerra tra religione ed evoluzionismo, ma piuttosto esprimere la speranza e la disperazione della condizione naturale.

17 dic 2011

Nessun plagio, è una teoria originale

A quanto pare, Charles Darwin non ha plagiato Alfred Russel Wallace. Sono emerse, infatti, alcune prove che mettono seriamente in dubbio l'idea diffusa che il padre della teoria dell'evoluzione abbia "preso in prestito" alcune delle sue idee dal naturalista gallese.

La vicenda risale al 1858, quando Wallace scrisse a Darwin una lettera dall'isola Ternate, al largo dell'attuale Sulawesi, in cui esprimeva la sua opinione su come la natura potrebbe selezionare i tratti più vantaggiosi degli esseri viventi, in modo che le specie cambiano gradualmente forme e funzioni nel corso di lungu periodi di tempo. Secondo l'opinione comune, il destinatario della missiva finse di averla ricevuta due settimane più tardi, inviando nel frattempo al geologo Charles Lyell una bozza della propria teoria con diversi contenuti rubati proprio dagli studi di Wallace.

Alfred Russel Wallace (1823-1913)
Tuttavia, secondo alcuni storici della scienza dell'Università di Singapore, le cose stanno diversamente. Dopo aver seguito le tappe della lettera, dall'Indonesia fino all'Inghilterra, attraverso i registri dell'epoca, hanno infatti concluso che essa non può essere mai giunta a destinazione prima del 18 giugno, il giorno in cui Charles mandò il proprio materiale a Lyell.
Sembra quindi che i due scienziati abbiano davvero sviluppato, in maniera autonoma, teorie quasi identiche fra loro. I due documenti vennero letti, in assenza dei rispettivi padri, presso la Linnean Society di Londra: che a uno dei due sia toccato in sorte un destino più glorioso, non è questione che debba sminuirne l'importanza. Evidentemente, alle qualità intrinseche della teoria si sono aggiunte le capacità comunicative del teorizzatore.
Ciononostante, è difficile immaginare che le prove empiriche fermeranno gli attacchi a Darwin: la rivoluzione culturale da lui introdotta non ha mai smesso di scatenare l'astio di molti conservatori, che nel minare le conquiste della scienza moderna vedono una ragione di vita.

15 dic 2011

Information is beautiful, but it can be awful

Per rifarsi gli occhi, un'infografica che mostra i 20 Paesi al mondo con il maggior numero di specie animali a rischio di estinzione. Perché l'informazione è una cosa bellissima, ma i suoi contenuti possono essere terribili (fonte: mother nature network).



14 dic 2011

Darwin, li turchi!

Le sfide che la Turchia si trova ad affrontare sono di portata davvero ampia: l'eventuale ingresso nell'Unione Europea - uno degli obiettivi principali del premier Erdogan - porterebbe grandi vantaggi a un Paese da sempre in bilico tra Oriente e Occidente, ma esige degli sforzi non facili da parte dell'intera nazione, e forse nemmeno voluti dall'establishment. Se poi lo stesso governo ci mette del suo per apparire retrogrado e repressivo, le cose decisamente  si complicano.

Proprio ciò che sta avvenendo in ambito culturale e scientifico: in particolare, sembra che il primo ministro turco stia combattendo una sorta di crociata contro chiunque manifesti opinioni favorevoli alla teoria evoluzionistica. Un pericoloso passo indietro che mostra, fra l'altro, una certa accondiscendenza verso l'ala più radicale dell'islamismo nazionale. La mossa più eclatante di Erdogan è stata quella del 27 agosto scorso, quando il governo ha emanato un decreto - espediente che evita il ricorso alla votazione parlamentare - che priverebbe l'Accademia turca delle Scienze (TÜBA) della sua autonomia, in quanto due terzi dei suoi membri incluso il presidente verrebbero nominati da altri organismi (guarda caso, di controllo governativo).
Il provvedimento ha ricevuto la condanna di diversi organismi stranieri, e ha causato una minaccia di dimissioni da parte dei membri dell'Accademia.

Una vignetta del New Scientist dedicata al caso turco

La corsa rallentata dell'umanità

L'uomo è nato per correre. È questa la conclusione a cui permettono di giungere diversi studi sulle abitudini e sulla struttura corporea del genere Homo.
L'anatomia umana si sarebbe infatti sviluppata anche in base agli stimoli della corsa, un'attività indispensabile per i nostri antenati, costretti a inseguire le prede oppure a fuggire dai predatori per sopravvivere nella savana. Secondo le ricerche di Daniel Lieberman, biologo evolutivo dell'Università di Harvard, più che la postura eretta - privilegio delle australopitecine per almeno 2,5 milioni di anni - sarebbe stato questo a differenziarci dagli altri rami del cespuglio evolutivo degli ominidi, segnando per sempre la nostra identità di corridori.
O meglio, quasi per sempre.

Un Homo habilis nell'atto di correre
È infatti evidente come, col passare dei millenni, la velocità media dei nostri passi sia sensibilmente rallentata; tornato che, al giorno d'oggi, fare jogging e andare in palestra sono dei passatempi che trascendono le nostre attività quotidiane.
Nel giro di due milioni di anni (a tanto risale la nostra separazione dagli altri Hominidae), la specie umana, una tra le più performanti in termini di resistenza, è diventata la più sedentaria.

La prova che questa trasformazione va contro la nostra natura giunge dal campo della medicina sportiva: Christopher McDougall, giornalista americano autore del bestseller Born to Run, ha approfondito il tema dopo aver conosciuto gli indiani Tarahumara (da lui stesso definiti una tribù du super-atleti). Ebbene, ha scoperto che le persone che corrono a piedi nudi sono le meno esposte agli infortuni muscolari, e che esiste una precisa postura che permette di migliorare i propri risultati nella corsa. A quanto pare, la strategia delle aziende produttrici di scarpe da ginnastica è volutamente fuorviante: qualsiasi calzatura, anche la più ergonomica, non può che compromettere il benessere del corridore "naturale".

Simpatica interpretazione dell'evoluzione del brand di abbigliamento sportivo Pearl iZUMi


13 dic 2011

La scimmia "Elvis" conquista il web

Ogni tanto arrivano buone notizie per il bene della biodiversità. A farci sentire meno in colpa, provvede regolarmente il WWF, informando l'opinione pubblica mondiale della scoperta di nuove forme di vita in giro per il mondo. Questa volta è il turno del sud-est asiatico.

Il Wild Mekong Report appena pubblicato ha infatti informato dell'esistenza di 208 specie "nuove" (dal punto di vista della conoscenza umana), viventi nell'area del delta del grande fiume che scorre tra Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia, Vietnam e Cina. La regione ospita alcuni degli animali a maggior rischio di estinzione del pianeta, inclusi la tigre e l'elefante asiatici, un delfino e un pesce-gatto gigante. Tra il 1997 e il 2009, gli scienziati vi hanno scoperto ben 1'376 specie, che se da un lato rappresentano un segnale della ricchezza biologica della zona, dall'altro evidenziano la fragilità di questo habitat.

L'area del delta del fiume Mekong, oggetto della spedizione

L'espansione dell'agricoltura e la pressione di infrastrutture non sostenibili dall'ambiente stanno danneggiando in maniera irreversibile gli ecosistemi locali, tanto che il fiume Mekong è ad oggi una delle zone più in pericolo del pianeta. La consolazione fornita dal rapporto del World Wildlife Found for Nature è quindi giustificata sono in parte: non ci si dovrebbe cullare sugli allori, bensì impegnarsi per una convivenza pacifica con i non-umani. Ma tant'è: tra le 145 piante, i 28 rettili, i 25 pesci, i 7 anfibi, quello che spicca maggiormente è uno dei due mammiferi portati alla luce, e che paradossalmente rischia già di scomparire. Si tratta di Rhinopithecus strykeri, un primate della famiglia Cercopithecidae, originario del Myanmar settentrionale. Deve il proprio nome scientifico a Jon Stryker, fondatore della Arcus Foundation, uno degli sponsor della spedizione guidata dal primatologo svizzero Thomas Geissman.

Una rappresentazione di Rhinopithecus strykeri

La tigre perduta del Sud America

 Sono molte le specie animali estintesi nel corso delle diverse epoche. Tuttavia, mai con un tasso pari a quella attuale: stiamo assistendo, per colpa nostra, a una vera e propria decimazione della biodiversità, con intere famiglie di animali che scompaiono nel giro di pochi decenni. Le scomparse del recente passato hanno fatto sì che di molte specie simili a quelle odierne siano rimasti solo i resti fossili. Le nicchie ecologiche attuali sono un lascito di quelle lasciate vuote dai mammiferi vissuti prima della nostra comparsa.

La megafauna australiana è un esempio dell'esplosione di forme avvenuta durante il Pleistocene (2,58 milioni - 11'700 anni fa). Un altro caso è rappresentato dai grandi predatori delle pianure americane, sostituiti più recentemente da felini come il giaguaro e il puma: grosse tigri dai denti a sciabola, che fino a una decina di millenni orsono non hanno certamente faticato a terrorizzare le rispettive prede.


Cranio di Smilodon populator (fonte: www.oucom.ohiou.edu)



Il più temibile di questi predatori è stato sicuramente Smilodon populator, che poteva raggiungere i 450 kg di peso e i 3 m di lunghezza. Aveva dei canini mascellari talmente lunghi - fino a 30 cm - da essere costretto ad aprire la mandibola per più di 90 gradi, per poter colpire. Tuttavia, diversamente da quanto si possa pensare, queste armi micidiali non servivano per afferrare le prede (si sarebbero rotte a contatto con le ossa); a questo scopo, lo smilodonte utilizzava la potenti zampe anteriori. Solo dopo aver immobilizzato la vittima sul terreno, le sciabole entravano in azione, uccidendola all'istante per dissanguamento. A differenza dei gatti moderni, e in maniera più simile ai leoni, questo animale cacciava in branchi. (In realtà la denominazione di "tigre" non è corretta, in quanto non è imparentato con i felini a noi noti; la famiglia di appartenenza, Machairodontinae, non è imparentata con nessuna specie di oggi).

12 dic 2011

Perché inventiamo i mostri

Il "were-jaguar", entità sovrannaturale appartenente alla mitologia della civiltà messicana Olmec (fonte: www.wbjohnston.com)
Il paesaggio del mito è pieno zeppo di mostri. Nella mitologia hawaiana, esiste un uomo con una bocca da squalo in mezzo alla schiena. In quella aborigena, c'è una creatura con il corpo umano, la testa di un serpente, e le ventose di un polpo. In Sud America, c'è il “were-jaguar”; fra i nativi americani, ci sono teste volanti, aquile mangia-uomini, uomini-gufo predatori, cannibali acquatici, serpenti cornuti, tartarughe giganti, pipistrelli mostruosi, e persino una sanguisuga antropofaga grande quanto una casa. Nella mitologia greca si trovano: Polifemo, il gigante cannibale con un occhio solo; il Minotauro, un mostruoso ibrido tra toro e uomo che divora vittime sacrificali nei meandri del Labirinto sotterraneo; e Scilla, un serpente esacranio circondato da una cintura di teste canine affamate di carne.

A prescindere dalle loro dimensioni, caratteristiche e forme, i mostri hanno un tratto comune: mangiano uomini. Qualsiasi altra cosa possano rappresentare psicologicamente per noi, i mostri esprimono - e spremono fuori - il nostro terrore di essere smembrati, sbudellati, masticati, inghiottiti, e infine defecati. Questo destino deplorevole di coloro che vengono mangiati, si incontra in una leggenda africana in cui un enorme uccello predatore ingoia un eroe giorno dopo giorno e quindi lo espelle. All'interno dei miti, gli uomini affrontano il triste fatto di essere divorati da una creatura più grossa, raffigurando ossessivamente nei dettagli grafici ciò che tanto i mostri quanto gli animali carnivori fanno per natura – trasformare gli esseri umani in escrementi.


Ulisse e Polifemo, in una scena del film Ulisse (1954)

10 dic 2011

Quel giorno che il diavolo ci mise lo zampino

Per chi crede nell'aldilà, non è difficile farsi un'immagine mentale del Male. Satana, l'angelo decaduto, è da sempre rappresentato nell'iconografia cristiana come una bestia cornuta e pelosa, contemporaneamente spaventosa e affascinante.
Una tipica raffigurazione del Diavolo in un gargoyle medievale
Quest'aura ha fatto sì che la cultura popolare abbia identificato il Male con alcuni fenomeni naturali difficilmente spiegabili in assenza di adeguate conoscenze scientifiche.
Accade così che ci siano ancora oggi certe zone italiane, specialmente nel meridione, in cui l'esistenza del diavolo viene "confermata" da credenze e leggende vecchie di secoli.
Una di queste è costituita dalle cosiddette «Ciampate del diavolo», una serie di impronte visibili in località Foresta, nel comune di Tora e Piccilli (CE), in prossimità del Vulcano di Roccamonfina.

Il nome di tali reperti fossili - perché di questo si tratta - deriva dalla convinzione locale che soltanto un demone può avere dei piedi così grandi da lasciare impronte simili, e che soltanto un demone può camminare sulla lava ancora calda.
La ovvia assurdità dell'opzione diabolica non sminuisce l'importanza delle "ciampate": si tratta infatti delle più antiche orme mai trovate (al mondo) di un esemplare del genere Homo
Le 56 impronte, lunghe in media 10 cm per 20 cm, sono state attribuite, nel 2003, all'Homo heidelbergensis: una specie ominide vissuta fra 600'000 e 100'000 anni fa e che avrebbe occupato il sud Italia intorno ai 350'000 orsono.

Le impronte di Homo heidelbergensis "scoperte" in provincia di Caserta

09 dic 2011

Un nano è una carogna, di sicuro

Purtroppo, la statura è spesso vista - al pari di altre banali caratteristiche fisiche - come una discriminante per le qualità morali delle persone. Questo giudizio di valore è esclusivo della specie umana; anche perchè, se si provasse a estenderlo ad altri animali, si paleserebbe la sua infondatezza. Come nel caso di quegli esemplari di piccola statura che sono stati rinvenuti su alcune isole.

Viene definito nanismo insulare quel processo di riduzione delle dimensioni cui vanno incontro grossi animali, il cui pool genetico si restringe a causa di un insieme di fattori: i continui e prolungati incroci fra individui strettamente imparentati (si parla, in casi del genere, di inincrocio); la limitatezza delle risorse; la ristrettezza degli spazi vitali. Si tratta di un fenomeno i cui meccanismi sono tuttora oggetto di contestazione. Paradigma di tale disputa è il celeberrimo Homo floresiensis, romanticamente ribattezzato, dai suoi stessi scopritori, lo «hobbit».

Il Professor Mike Morwood con un cranio di Homo floresiensis
 Infatti, questa specie avrebbe diverse caratteristiche in comune con i mezzuomini ideati da J.R.R. Tolkien nel suo capolavoro The Lord of the Rings (e di cui un membro è la figura centrale del romanzo).

In particolare:
- bassa statura (poco più di un metro);
- scarsa capacità cranica (380 cm3);
- struttura ossea più simile a quella dello scimpanzé che dell'uomo moderno.

Il reperto principale è costituito da un cranio forse appartenuto a una donna vissuta circa 18.000 anni fa (l'altro ieri, in termini evoluzionistici). Le peculiarità dei resti (rinvenuti nel 2003 in una caverna della località Liang Bua, sull'isola indonesiana di Flores) hanno acceso una vera e propria disputa sulla vera natura di questo membro del cespuglio evolutivo - questo è certo - di cui facciamo parte anche noi. Le tesi in campo sono molteplici, alcune delle quali batterebbero in stramberia un'eventuale opzione di stampo tolkeniano.
C'è chi ha suggerito potesse trattarsi di un discendente nano dell'Homo erectus; chi (Teuku Jacob, influente paleoantropologo indonesiano) sostiene l'idea di un individuo della nostra stessa specie malato di macrocefalia; chi, infine, dopo attenti confronti antropometrici, ha rifiutato apertamente questa teoria.

08 dic 2011

Gli studi evolutivi di un Cavalli di razza

Se la carica di senatore a vita servisse davvero a permettere a un italiano di contribuire alle sorti del proprio Paese, ebbene, andrebbe sicuramente assegnata a Luigi Luca Cavalli-Sforza. Poiché, probabilmente, la sua sola presenza tra i banchi di Palazzo Madama renderebbe un po' meno buia l'aula. Lo scienziato genovese non ha soltanto (come recita l'art. 59, comma 2 della Costituzione) “illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”; ha reso l'intero genere umano più consapevole delle proprie origini e della propria natura.
Luigi Luca Cavalli-Sforza
Il prossimo 25 gennaio Cavalli-Sforza compirà novant'anni. Sarà un'occasione di festa, in quanto si celebrerà non soltanto un uomo, ma un campo di studi che ha portato molta acqua al mulino della teoria dell'evoluzione: la genetica delle popolazioni e delle migrazioni dell'uomo

Tuttavia, la passione del genetista è andata ben oltre i confini della sua disciplina di riferimento, facendolo spaziare dall'antropologia alla storia, passando attraverso l'archeologia e la linguistica. Notevoli, inoltre, i suoi contributi alla divulgazione scientifica (che fra l'altro gli sono valsi, nel 2007, il Primo Premio Letterario Galileo per la divulgazione scientifica): il che dimostra come si tratti di un vero connaisseur, privo dello snobismo che purtroppo caratterizza molti suoi colleghi.
Fondamentali, in primo luogo, le pubblicazioni, accessibili al grande pubblico, riguardanti il suo lavoro e ciò che ha portato alla luce sulla storia del genere Homo: sempre presenti nella libreria di qualsiasi studente o semplice curioso, dovrebbero essere, ad esempio, Chi siamo. La storia della diversità umana e L'evoluzione della cultura. Proposte concrete per studi futuri. Ma si potrebbero citare decine di titoli, uno più interessante dell'altro, che coprono uno spettro di questioni e temi tanto ampio da trascorrerci sopra un'intera vita (per una bibliografia dettagliata, si guardi qui).